Padre Moschetti: «Il Sud Sudan come la Siria, ma nessuno ne parla»

Il comboniano, sette anni nel paese, ricorda i 300 mila morti e i milioni di sfollati. La sua testimonianza in un libro, introduzione di Francesco. «Speriamo che il Papa riesca a visitarlo nel 2018».

«In Sud Sudan oggi è in corso uno dei più grandi disastri umanitari, senza voler togliere nulla alla Siria o alla Libia o ad altri paesi. Una guerra che ha fatto 300 mila morti e due milioni di profughi. Faccio un appello – dice il missionario comboniano don Daniele Moschetti – al Papa ma soprattutto all’opinione pubblica, alla politica, all’informazione.

Bisogna riaccendere i riflettori sull’Africa anche per aiutare i nostri concittadini italiani a comprendere questi drammi. L’emigrazione non è solo verso l’Europa. La maggior parte migra in Africa.

Chi porta davvero il peso dei profughi sono gli stessi africani: non c’è un sud sudanese in Italia, milioni sono fuggiti in Uganda, Etiopia, Sudan, Congo. Paesi che già faticano solo con il loro popolo.

Stiamo perdendo il senso di solidarietà, il tutto viene strumentalizzato da partiti. Stiamo uccidendo l’umanità. E anche i media lo fanno, tacendo.

Per questo ho un’agenda di cinquanta incontri in questi giorni in giro per l’Italia». Padre Daniele Moschetti, dopo sette anni nel martoriato paese africano dov’è stato provinciale comboniano, rilancia il grido di dolore di un popolo. La presentazione, alla Radio Vaticana, del suo libro Sud Sudan, il lungo e sofferto cammino verso pace, giustizia e dignità, è l’occasione anche di parlare del viaggio del Papa in Sud Sudan, annullato per l’assenza delle necessarie condizioni di sicurezza.

Proprio il Papa firma l’introduzione al volume:

«I missionari sono soliti raccontare la loro vita, sovente vissuta in periferia e dalla parte dei poveri. Così è questa testimonianza di padre Moschetti – scrive Francesco – che offre un ampio resoconto del generoso e appassionato impegno di tanti missionari e missionarie a fianco dei bisognosi e, soprattutto, di chi soffre a causa di perduranti conflitti che causano morte e distruzione. Non potendo, purtroppo, visitare nell’immediato futuro le terre martoriate del Sud Sudan, desidero con queste poche righe rendermi presente a tutta la popolazione del Paese, a chi si adopera per alleviarne le sofferenze, come pure a quanti lavorano incessantemente per la pace e la riconciliazione. Avverto, infatti, il bisogno di sensibilizzare l’opinione pubblica su un dramma silenzioso che necessita dell’impegno di tutti per giungere a una soluzione».

Padre Moschetti ha il cuore afflitto da troppe immagini di orrore:

«Dopo l’indipendenza nel 2011 dal Nord arabo e islamico e a sette mesi dal referendum plebiscitario a favore della secessione, il Sud Sudan è ancora in guerra con atrocità mai viste: migliaia di donne stuprate, bambini castrati o bruciati vivi. Siamo al minimo possibile di umanità, forse anche più in basso del minimo. Serve un lungo cammino, da parte anche delle chiese cristiane, che porti alla guarigione dei traumi e alla riconciliazione. Per prendere coscienza che questa è una guerra delle élite, non della gente che viene strumentalizzata».

Il missionario ha incontrato Papa Francesco per consegnargli il libro:

«L’ho ringraziato per avermi scritto l’introduzione. Mi ha detto che vuole andare in Sud Sudan, speriamo sia nel 2018. A Giuba, la capitale, la situazione non è come in altre zone e un viaggio di dodici ore è fattibile. Questa visita sarebbe una grande benedizione, soprattutto per la gente. La gente, cattolici ma anche anglicani, guardano con grande trasporto il Papa. Sarebbe un grande segno di comunione. Serve unità: tra le religioni, tra le etnie, tra i militari che stanno distruggendo il paese. La possibilità c’è. Francesco desidera andare, non ha paura anche di rischiare, e io credo che questo viaggio si realizzerà».

Prima del Sud Sudan padre Moschetti ha passato undici anni in Kenya, affiancando e poi prendendo il posto di padre Alex Zanotelli nella baraccopoli a Korogocho, quindi un anno in Palestina.

«Ora ho finito il mio servizio come provinciale in Sud Sudan e prima di tornare in missione sarò a New York per fare con altri missionari un lavoro di advocacy presso le Nazioni Unite e il congresso americano, ma anche a Washington. Un mondo per certi versi ancora più difficile dell’Africa. Ma ci sono ambasciatori e funzionari che hanno ancora una grande umanità e credono nei valori umani. Siamo come Davide e Golia. Siamo seminatori».

Articolo preso da: Avvenire