Sud Sudan. Sei milioni a rischio fame. Dal Papa sostegno a tre progetti umanitari

Salute, lavoro ed agricoltura al centro dell’intervento di Francesco al fianco della popolazione civile stremata da quattro anni di guerra. L’Onu: sei milioni a rischio fame.

Si chiama “Il Papa per il Sud Sudan” l’intervento di sostegno di Francesco a favore della popolazione sud sudanese, coinvolta da un conflitto che in quattro anni ha provocato una gravissima crisi umanitaria.

Il cardinale Peter Kodwo Appiah Turkson ha presentato i progetti approvati dal Pontefice stamattina nel corso di una conferenza stampa, sottolineando che il Papa “sente la necessità impellente di sensibilizzare la comunità internazionale su questo dramma silenzioso, chiedendo maggiori e rinnovati sforzi per giungere ad una soluzione pacifica del conflitto”.

“Il Papa – ha proseguito il cardinale Turkson – in più occasioni ha ribadito il suo desiderio di recarsi di persona in Sud Sudan, nonostante questo scenario doloroso, per dare impulso, con la sua presenza, ad una chiave di volta nel processo di pace, e per dare voce al grido disperato di una Chiesa che vuole dire “basta armi, basta stupri, basta morti!”.

Il portavoce vaticano, Greg Burke, ha diffuso a fine maggio 2017 la notizia che, non essendoci le condizioni per una visita del Papa in Sud Sudan, questo viaggio – che era stato previsto per il prossimo mese di ottobre – è stato rimandato.

I progetti

Non potendo recarsi di persona in Sud Sudan, il Pontefice, ha sottolineato il cardinale Turkson, “ha voluto rendere tangibile la presenza e la vicinanza della Chiesa con la popolazione” tramite un’iniziativa “che va ad affiancare, sostenere ed incoraggiare l’opera delle diverse congregazioni religiose e organismi di aiuto internazionale che sono presenti sul territorio”.

Il Papa ha quindi approvato tre progetti nel campo della salute, del lavoro e dell’agricoltura.

Per quanto riguarda la salute, verranno sostenuti due ospedali gestiti dalle Suore Missionarie Comboniane: l’ospedale di Wau e l’ospedale di Nzara, con supporto per personale medico e medicinali. L’ospedale di Wau si occupa di 40mila ricoveri l’anno e di sei parti al giorno, mentre quello di Nzara accoglie 90 pazienti al giorno e fornisce assistenza pediatrica.

Nel campo dell’agricoltura, verrà sostenuto un progetto gestito da Caritas Internationalis che vede coinvolte circa 2.500 famiglie nelle Diocesi di Yei, Tombura-Yambio e Torit, attraverso strumenti che favoriscano le coltivazioni e l’allevamento del bestiame, in modo da garantire la capacità delle comunità locali di auto-sostenersi.

Infine, per quanto riguarda l’educazione, attraverso l’associazione Solidarity with South Sudan, il Papa intende provvedere alle borse di studio della durata di due anni per degli studenti, in modo che ottengano il diploma di insegnamento per la scuola primaria presso il Solidarity Teacher Training Center a Yambio.

Il Santo Padre non dimentica le vittime inascoltate e silenziose di questo conflitto sanguinario e disumano – ha concluso il cardinale Turkson -, non dimentica tutte quelle persone che sono costrette a fuggire dal loro Paese natale a causa della prevaricazione, dell’ingiustizia e della guerra, le porta tutte nelle Sue preghiere e nel Suo cuore.

Egli spera vivamente di potersi recare al più presto in visita ufficiale nel Paese: la Chiesa non chiude alla speranza in un territorio tanto travagliato: invita invece a scelte audaci e a credere che la Divina Provvidenza è capace di realizzare ciò che agli occhi del mondo sembra irreale, impossibile”.

In 6 milioni a rischio, “ma non è carestia”.

Fuori dalla carestia ma con 6 milioni di persone ancora a rischio. È la paradossale situazione in cui versa il Sud Sudan secondo un rapporto stilato da un gruppo di lavoro che include funzionari governativi e delle Nazioni Unite.

Lo studio sulla sicurezza alimentare, denominato Integrated Food Security Phase Classification (Ipc), sostiene che circa 45mila persone negli Stati di Jongley e Unity rimangono in situazione molto critica e che circa 6 milioni di persone (erano 5,5 milioni a maggio), la metà della popolazione sud sudanese, soffre in generale per scarsità di cibo.

Il livello più grave di insicurezza alimentare riguarda in particolare 1,7 milioni di persone: nel rapporto il Sud Sudan viene quindi classificato un gradino sotto la vera e propria carestia.

300mila bimbi tagliati fuori dall’educazione.

Save the Children ha denunciato che 300mila bambini rifugiati del Sud Sudan in Uganda sono tagliati fuori dall’educazione e tra le persone che continuano a varcare il confine tra i due Paesi, in fuga dalle violenze e dall’insicurezza nei propri villaggi, moltissimi sono bambini che stanno affrontando il viaggio da soli.

Entro la fine di giugno, il numero di rifugiati in fuga dal Sud Sudan verso l’Uganda potrebbe toccare quota 1 milione, sottolinea l’Ong.

In Uganda, Save the Children fornisce attualmente servizi di educazione in emergenza ai bambini rifugiati e offre loro spazi sicuri e protetti dove giocare, imparare e recuperare dai traumi vissuti.

Per permettere a tutti i bambini rifugiati sud sudanesi in Uganda di tornare a scuola, Save the Children ha condiviso un piano d’azione con il presidente ugandese per chiedere ai donatori di stanziare 464 milioni di dollari in tre anni e mezzo per la costruzione di più di 300 nuove scuole primarie e dell’infanzia, 110 nuove scuole secondarie, la fornitura di materiali in tutte le scuole, il reclutamento di oltre 5.300 insegnanti della scuola primaria e secondaria, e la formazione, il reclutamento e l’accreditamento di 750 insegnanti sud sudanesi della scuola primaria.

Amnesty: uccisioni e saccheggi ai danni degli shilluk.

Un altro rapporto, di Amnesty International, denuncia invece le uccisioni, i saccheggi, gli abusi di diritti umani sofferti dai civili della regione dell’Alto Nilo tra gennaio e maggio di quest’anno. Decine di migliaia di persone sono state costretti a lasciare le loro case, incendiate, bombardate e saccheggiate dalle forze governative.

Civili appartenenti alla minoranza shilluk hanno raccontato ad Amnesty International di come, dopo gli attacchi, i soldati e i miliziani loro alleati rubassero ogni cosa: dalle scorte di cibo ai mobili e persino le porte delle case.

Un capo villaggio ha descritto la distruzione come “essere stati sommersi da un’inondazione”. “Pur avendo presente che la storia del Sud Sudan è segnata da ostilità tra le etnie, lo sfollamento di massa di quasi tutta la popolazione shilluk è un fatto veramente sconcertante”, ha dichiarato Joanne Mariner, alta consulente per le risposte alle crisi di Amnesty International.

“Intere zone del territorio degli shilluk sono state devastate; le loro case saccheggiate e poi date alle fiamme.

Le prospettive di tornare indietro sono scarse, anche a causa della crescente crisi umanitaria nella regione e del timore di subire nuovamente violenza”, ha commentato Mariner.

L’offensiva lanciata dal governo sud sudanese all’inizio dell’anno nell’Alto Nilo, sostenuta da milizie di etnia dinka, ha permesso di riconquistare un territorio fino ad allora sotto il controllo di un gruppo armato di opposizione denominato Agwelek, composto da shilluk e diretto da Johnson Olony.

Le operazioni dell’esercito hanno causato la fuga di decine di migliaia di civili shilluk, tra cui la pressoché totale popolazione di città e villaggi della riva occidentale del Nilo bianco.

Amnesty International ha raccolto immagini satellitari che mostrano la distruzione di case e altre strutture civili nel centro del villaggio di Wau Shilluk, tra cui un radd (tempio tradizionale). La maggior parte degli abitanti del territorio vive nei tukul, capanne col tetto di paglia facilmente infiammabili.

Tra fine maggio e inizio giugno, i ricercatori di Amnesty International nell’Alto Nilo hanno intervistato 79 vittime e testimoni in un campo per sfollati di Aburoc e in un sito per civili protetto dalle Nazioni Unite nella città di Malakal.

Inoltre, hanno incontrato personale delle organizzazioni umanitarie, funzionari Onu, esponenti della società civile, oppositori e attivisti politici nelle due città così come nella capitale Juba.

Amnesty International ha potuto verificare che nel corso dell’offensiva sono stati uccisi numerosi civili, alcuni in modo deliberato durante la prigionia o nel corso di un tentativo di fuga.

Decine di migliaia di shilluk sono andati a nord per diventare rifugiati in Sudan e circa 10mila vivono in condizioni squallide nel campo di Aburoc (presidiato da un piccolo contingente di soldati Onu), dove manca di tutto e si registrano casi di colera.

Articolo preso da: Avvenire