Padre Daniele Moschetti

E mentre stiamo vivendo questo periodo di relativa speranza nel paese stiamo celebrando anche un evento importante per la Chiesa Universale: il Giubileo straordinario e l’anno della misericordia. Anche qui nonostante non ci siano tantissime celebrazioni nelle varie diocesi, cerchiamo di portare avanti come religiosi alcune iniziative cercando di coinvolgere il più possibile la Chiesa locale. Ci chiediamo innanzitutto cosa voglia dire per noi in questa situazione assurda e atroce per molti nostri fratelli e sorelle.

Nel grande affresco del giudizio finale del vangelo di Matteo, lui stesso ci dice con chiarezza quale sarà il metro in base al quale saremo giudicati: non per l’osservanza meticolosa alla legge e delle regole cultuali, non per il numero di genuflessioni, non per il rigore dell’ascesi o per i digiuni, bensì per ciò che avremo fatto a favore dei piccoli che Gesù chiama “miei fratelli”.

È un elenco di azioni concrete, di opere che apparentemente non hanno nulla di “religioso” e neppure di eroico: “Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi” (Mt 25, 36-36).

La novità per noi cristiani, del Nord e del Sud del mondo, è che nei piccoli, nei miseri, nei profughi, nei senza tetto, nei carcerati si nasconde o per meglio dire, si rivela Gesù stesso.

Questo brano di Matteo ha ispirato molti pittori e scrittori e molto spesso hanno messo un Gesù presente ma nascosto nei loro quadri e nei loro scritti. Come se la sua persona volesse riaffermare la solidarietà fondamentale, l’amore incondizionato per i poveri e gli esclusi, un amore concreto, non vago e generico. Perché le opere di misericordia non sono un optional, un hobby o un’occupazione a tempo perso, non possono ridursi ad assistenzialismo, ma sono il cuore del messaggio cristiano, anche per noi qui in Sud Sudan.

Nella lettera ai giovani per la giornata mondiale della gioventù del 2016, papa Francesco elenca le opere di misericordia corporale (dare da mangiare agli affamati, dare da bere agli assetati, vestire gli ignudi, accogliere i forestieri, assistere gli ammalati, visitare i carcerati, seppellire i morti) e invita a riscoprirle.

Senza dimenticare le altre che alcuni possono sembrare vecchie e che la tradizione chiama “spirituali”: consigliare i dubbiosi, insegnare agli ignoranti, ammonire i peccatori, consolare gli afflitti, perdonare le offese, sopportare pazientemente le persone moleste, pregare Dio per i vivi e per i morti.

Lontano da ogni intimismo e da ogni tentazione di chiusura, la fede impone così di “uscire dai nostri recinti” per portare a tutti la misericordia e la tenerezza di Dio.

È in questa dimensione sociale, di apertura, di accoglienza e di dialogo, sta anche il significato del Giubileo straordinario voluto da Francesco: un anno per far riposare la terra, ferita dall’azione distruttrice dell’uomo sulla Creazione e dono grande di Dio a tutta l’Umanità, da una forma di progresso che accanto al benessere di pochi aggrava ingiustizie e disuguaglianze, costruisce muri ancora contro immigrati e profughi e barriere che dividono ma non uniscono per un mondo migliore e più in pace, giusto e solidale.

Un anno di conversione “per riscoprire e rendere feconda la misericordia di Dio, con la quale tutti siamo chiamati a dare consolazione ad ogni uomo e ad ogni donna del nostro tempo”. Se misericordia è il nome di Dio, essa è anche “architrave che sorregge la vita della Chiesa” (Misericordia Vultus n. 10).

E questa è la rivoluzione di papa Francesco, il ritorno all’essenziale, al nocciolo duro della fede cristiana. È questo il mondo alla rovescia delle beatitudini, annunciato dalla piccola stella della misericordia.

Ed è un invito speciale a me e a noi missionari e cristiani in questa situazione di guerra e divisione. Ma lo è anche per te amico e amica per l’intensità e la passione che possiamo metterci insieme nel costruire un mondo migliore giù qui su questa terra, preparandoci per il grande viaggio finale. Dobbiamo essere gioiosi di aver contribuito insieme tu lì e noi qui ad aver costruito a CON-CREARE con Dio e lasciare in eredità alle nuove generazioni qualcosa di bello e di unico da vivere ancora con passione.

E a proposito ti regalo questa poesia/riflessione che è per tutti noi, giovani e meno giovani, per quando invece perdiamo la passione e l’amore per la vita e la lotta. Così perdiamo anche la nostra“GIOVINEZZA”!

LA GIOVINEZZA

La giovinezza non è un periodo della vita,

essa è uno stato dello spirito, un effetto della volontà,

una qualità dell’immaginazione, un’intensità emotiva,

una vittoria del coraggio sulla timidezza,

del gusto dell’avventura sulla vita comoda.

Non si diventa vecchi per aver vissuto un certo numero di anni;

si diventa vecchi perché si è abbandonato il nostro ideale.

Gli anni aggrinziscono la pelle, la rinuncia al nostro ideale aggrinzisce l’anima.

Le preoccupazioni, le incertezze, i timori, i dispiaceri,

sono nemici che lentamente ci fanno piegare verso la terra

e diventare polvere prima della morte.

Giovane è colui che si stupisce e si meraviglia,

che si domanda come un ragazzo insaziabile “…e dopo?”

che sfida gli avvenimenti e trova la gioia al gioco della vita.

Voi siete cosi giovani come la vostra fede,

cosi vecchi come il vostro scoramento.

Voi resterete giovani fino a a quando resterete ricettivi.

Ricettivi di tutto ciò che è bello, buono e grande.

Ricettivi al messaggio della natura, dell’uomo e dell’infinito.

Se un giorno il vostro cuore dovesse essere mosso dal pessimismo

e corroso dal cinismo,

possa Dio avere pietà della vostra anima di vecchi.

Generale Douglas Mac Arthur ai cadetti di West Point, 1945