Patrizia Facchinelli

L’intervista a Patrizia Facchinelli, cooperante ed ingegnere.

Patrizia puoi descriverti brevemente: qual è la tua formazione? E quando è nata in te la passione per i temi della cooperazione allo sviluppo?
Ho una formazione tecnica. Dopo aver terminato il liceo ho infatti deciso d’iscrivermi ad ingegneria civile all’Università di Trento… Da sempre sono stata attratta dalla figura del Cooperante, sentendo un forte desiderio verso l’operatività di questa professione.

Sono sempre stata molto motivata: mi affascinava la possibilità di poter utilizzare le mie conoscenze tecnico-scientifiche, attente alla cultura, alla società e all’ambiente, per azioni umanitarie che potessero portare ed aiutare lo sviluppo di quella parte di popolazione mondiale “meno fortunata”.

Con questo obiettivo, fin da subito, all’università, ho cominciato a seguire le attività dell’Associazione “Ingegneria Senza Frontiere”.

Non saprei dire con precisione quando è nata la mia passione per l’impegno nella cooperazione, sicuramente l’ho sentita come un forte desiderio, che si è rafforzato gradualmente negli anni e che poi è esploso dopo aver varcato, per la prima volta, i confini dell’Africa.

Raccontaci più in dettaglio le tue esperienze in Africa, prima della collaborazione con Insieme con Sorriso. In quali altri paesi hai operato?
La mia prima esperienza in Africa è stata in Mozambico, più precisamente ho vissuto per tre mesi nella cittadina di Caia, nella provincia di Sofala, situata nella regione centrale dello stato africano. Qui mi sono occupata dello studio di nuove tecnologie e tecniche costruttive sostenibili, che utilizzavano materiali naturali reperibili in loco.

Posso poi raccontarvi dei due anni trascorsi in Rwanda, il paese dalle sette colline. Un paese, questo, totalmente diverso dal Mozambico, sia per ambiente naturale, popolazione e problematiche. Ho trovato una natura rigogliosa e una comunità splendida che mi ha accolto con gioia e ospitalità.

Ho imparato a conoscere ed amare questo popolo. Ascoltando le storie che mi hanno raccontato ho capito quali sono i problemi veri e quanto, a volte, la vita e gli uomini possono essere spietati.

Nella mia esperienza rwandese mi sono prevalentemente occupata di progetti legati alla costruzione/riabilitazione di acquedotti, poi gestiti da cooperative locali.

Ci sono state delle paure che hai dovuto superare la prima volta che sei partita?
Più che paure, devo dire che ho avuto qualche difficoltà nell’abituarmi ai nuovi stili di vita che ho incontrato; non sempre è stato facile imparare ad affrontare gli imprevisti e vivere alla giornata.

Hai per caso il “mal d’Africa”?
Credo proprio di sì. Considero il mal d’Africa uno stato dell’anima. È una sensazione che  toglie il respiro, che mi spinge a fare una follia e prendere il primo aereo disponibile , destinazione “Africa”. È difficile per me darne una definizione precisa, i sentimenti che provo sono diversi.

Mal d’Africa è passare il tempo osservando gli insetti; è disegnare il contorno di un mango nel cielo; è emozionarsi davanti ad un tramonto, sapendo che quello del giorno dopo sarà diverso; è imparare che accontentarsi non è sempre una sconfitta, e che vivere alla giornata è un buon metodo per affrontare la vita. Mal d’Africa è avere nostalgia di un luogo dove tutto è incredibilmente vero, anche le cose spiacevoli, perché tutto è vita.                                                                                .

Quale situazione hai trovato a Mupoi, la comunità dove Sorriso sta sviluppando uno dei propri progetti umanitari.
Mupoi è difficile da raccontare. Attualmente qui non c’è un vero e proprio villaggio, una comunità, magari con un mercato o comunque un piccolo centro.

La popolazione locale vive in capanne all’interno della foresta. Qui riescono a sopravvivere grazie a ciò che coltivano o che riescono a pescare, nel vicino fiume. L’analfabetismo è molto diffuso e rappresenta un grande problema per lo sviluppo della comunità.

Il progresso sembra essersi dimenticato di Mupoi: non c’è la radio, strumento di fondamentale importanza per le comunicazioni in Africa, e scarso è il segnale dei telefonini; le strade sono quasi inesistenti e mancano i servizi primari per i bisogni dell’uomo.

La modernità è rappresentata purtroppo dalle armi: quelle sono riuscite ad arrivare anche qui! Ci sono tracce evidenti che lo testimoniano: edifici abbandonati che portano sui loro muri disegni che rappresentano armi e bambini soldato.

Cosa significa essere una cooperante e che cos’è per te la cooperazione internazionale?
Essere una cooperante è una scelta di vita a sostegno dei più deboli, dei popoli sottosviluppati, delle società in cui manca l’essenziale, il cibo, l’acqua, la libertà e,  soprattutto, la democrazia. Significa avere dei forti ideali e cercare di raggiungerli passo dopo passo, nel rispetto delle persone e delle differenze.

È insomma una professione, se così si può definire, difficile, ma piena di grandi valori sociali e umanitari. È sicuramente un lavoro molto impegnativo che si basa su una profonda fiducia negli uomini.

Cosa significa per te donare il tuo aiuto agli altri e cosa può fare la gente per rendersi utile anche a distanza?
Quando cerco di aiutare qualcuno, sento sempre di aver ricevuto io qualcosa: un accrescimento della mia personalità, un’apertura della visione delle cose. Quando si decide di aiutare qualcuno però non è necessario partire per l’Africa.

Ci si può rendere utili anche a distanza.

Il verbo donare implica tantissimi significati: è possibile devolvere un’offerta in denaro oppure dedicare il proprio tempo al volontariato, o ancora, basterebbe tenersi informati su quello che succede dall’altra parte del mondo. È condividere, relazionarsi con chi ha esperienze diverse dalle nostre, ascoltare ed evitare i pregiudizi.

Puoi raccontarci di cosa ti occupi all’interno di Insieme con Sorriso e quali progetti stai seguendo?
Allìinterno di Sorriso per il Sudan mi occupo delle attività che riguardano la cooperazione allo sviluppo. In particolare in questo periodo l’associazione si sta concentrando principalmente su due progetti a Mupoi: il Progetto agricolo e il Centro di Formazione ed istruzione.

Puoi elencarci brevemente le attività principali che si potranno sviluppare grazie alla realizzazione dei nostri progetti?
Gli obiettivi che, noi di Sorriso per il Sudan, ci siamo imposti sono molteplici. Come ho già accennato prima, in Sud Sudan il livello di analfabetismo è molto alto, tocca infatti circa l’85% della popolazione, e raggiunge livelli ancora più elevati nelle zone rurali. Per questo motivo abbiamo deciso di puntare sull’istruzione e sulla formazione a Mupoi, un villaggio lontano dai centri urbani, e dalle azioni delle altre organizzazioni umanitarie.

Ci stiamo quindi impegnando per costruire “una Scuola dei Mestieri”, ossia un centro dove la popolazione locale verrà formata nei settori della falegnameria, delle costruzioni, della meccanica e altro ancora. Uno dei nostri traguardi è quello di riuscire a formare il persone locale.

Abbiamo deciso di promuovere un’importante iniziativa di sicurezza alimentare, sviluppando un progetto agricolo nel fertile territorio di Mupoi, grazie al quale la popolazione locale potrà migliorare le condizioni di accesso al cibo, e potrà svilupperà anche altre capacità, come quella di organizzarsi in cooperative, in modo da rendersi gradualmente autonomi nella lotta contro la povertà e, conseguentemente, la malnutrizione.

L’economia potrà quindi svilupparsi e progredire, anche con la creazione di un mercato locale, magari gestito dalle donne, favorendone in questo modo la loro emancipazione.

Quante persone stanno lavorando per la riuscita di questi progetti?
Attualmente ai nostri progetti impiegano circa 30 lavoratori locali, di questi 20 stanno lavorando al progetto del Centro di Formazione e 10 al progetto agricolo

Se ti chiedessimo di raccontarci la tua esperienza in Sud Sudan con un’immagine, una frase, un volto quale ti verrebbe in mente?
Ripensando alla mia esperienza in Sud Sudan in un’immagine, non posso non ricordare la macchina di Sorriso che viaggia sulla strada verso Tombura, cittadina a circa 25 km da Mupoi.

Cosa c’è di così indimenticabile in una jeep che viaggia, di domenica, in una polverosa “strada” africana? Quella macchina aveva un “carico” speciale: trasportava i volontari e gli operai di Sorriso. È stato difficile riuscire a capirsi, in pochi lì conoscono l’inglese, ma ce l’abbiamo fatta: durante il viaggio abbiamo riso, scherzato e ascoltato musica da un telefonino tutti insieme, e in un’atmosfera molto familiare. Abbiamo costituito una bella squadra in Sud Sudan.

Questa è l’immagine del Sud Sudan che mi accompagna: la fiducia smisurata nella possibilità di contribuire a rendere il mondo migliore e più giusto. INSIEME.